♥ SabinaFragola's profile¸¸,ø¤º°`°º¤ø,¸(¯`·._.•Un...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    May 17

    Il cielo d'Irlanda...

     
     
     

    Ricordo perfettamente il giorno in cui la conobbi. Ero triste e nervosa e non avevo nessuna voglia di cominciare l’anno nuovo. Marta, la mia incredibile compagna di banco per ben tre anni di Liceo, si era trasferita in una nuova città e ora mi toccava affrontare la scuola, le interrogazioni, i compiti e soprattutto i prof completamente sola. Con la sua partenza eravamo dispari in classe e cert non potevo chiedere a nessuno dei miei compagni, men che meno alle ragazze, di abbandonare i loro inseparabili compagni per mettersi in banco con me. Ma non era solo questo. Con Marta avevo diviso tutto, ci eravamo intese fin da subito cosa che per me non è assolutamente scontato quando si tratta di amicizie tra donne. Non ho mai avuto delle vere amiche e mi sono sempre trovata molto meglio con i ragazzi. Lei era la prima con cui avevo un ottimo rapporto sebbene non fossimo mai riuscite ad approfondirlo quanto avrei voluto. Indivisibili a scuola ma frequentavamo compagnie diverse e durante le vacanze ci vedevamo poco. Inoltre lei era molto restia ad aprirsi. Ciononostante potevo considerarla mia amica e piansi quando andai a salutarla il giorno della sua “Grande Fuga” come l’avevamo chiamata. Ormai ci sentivamo solo per messenger e sms. E sentivo davvero forte la mancanza di un appoggio e di calore umano, di quello autentico e spassionato.

    Potete capire quindi in che stato mi trovassi, ma non sapevo cosa avrei trovato varcando la soglia della classe. La notai immediatamente. Nessuna delle mie compagne portava i capelli in quel modo. Erano sempre tutte super acconciate come se il parrucchiere passasse da casa loro ogni mattina. Con questo non voglio dire che non ami l’ordine e la cura di sè, anzi ho sempre cercato di tenere a bada in maniera graziosa i miei ricci ribelli, ma penso che alcune ragazze esagerino soprattutto se la prospettiva è passare l’intera giornata con professori dai pantaloni di flanella consunta e acide professoresse che credono di vivere ancora negli anni ‘70. La ragazza in questione portava i capelli in maniera semplice: sciolti lunghi, lunghissimi, non piastrati, tenuti fermi da un semplice cerchietto rosso, con qualche boccolo qua e là e di un nero corvino che pareva artificiale per quanto splendesse. In quel momento si girò e mi ritrovai di fronte a Biancaneve. Aveva occhi da cerbiatto, la pelle bianca come porcellana e le guance color porpora. “Hi! I’m Lisbeth!” Era inglese! Ero tra i più bravi nella mia classe in quella materia, ma in quel momento mi colse il panico e non riuscì a dire nulla se non “Ehm…hello…my name’s Cristina…”. Dovevo essere sembrata una vera idiota perchè lei si mise a ridere e io pure dato che la situaizone era buffissima. “Don’t worry,” mi disse sorridendo, “ parlo italiano perciò possiamo proseguire la nostra conversazione tranquillamente…” Tirai un sospiro di sollievo. “Meno male..scusami ma non ricordavo neanche come si chiedesse l’ora…panico…insomma, che fai qui? Sei un nuovo acquisto della nostra classe?” “Esattamente, mi sono traferita nel vostro Liceo e nella vostra città..spero di riuscire ad ambientarmi qui…a proposito…tu hai già un posto dove sederti? Perchè in caso contrario puoi sederti qui accanto a me…” Stavo per dirle che solitamente non sedevo in prima fila e che mi sarei confinata in un banchetto singolo in fondo vicino alla finestra ma qualcosa nel suo sorriso e nel suo sguardo mi fece cambiare idea “Certo! Mi fa piacere dividere il banco con te!” e felice di aver trovato una nuova compagna sedetti e cominciammo a parlare di tutto. Fu l’inizio di una splendida amicizia.

    Elisabeth O’ Donnel, Lisbeth per gli amici, era irlandese di nascita ed aveva vissuto in quella terra i suoi primi anni di vita. Poi il lavoro dei suoi genitori l’aveva portata qui da noi in Italia. Erano riusciti però a mantenere forte il legame della figlia con la loro cara Irlanda. Lisbeth passava tutte le sue estati dalla nonna, aveva molti amici e conosceva la storia e la tradizione del suo paese. “MI sento italiana, ho passato qui più della metà della mia vita, ma sono e sempre resterò irlandese” mi diceva sempre in quelle sere passate ad ammirare le stelle e ad ascoltare storie su fate, elfi, canti e danze intorno al fuoco, melodie fatate, di intrepidi guerrieri, re e regine incantanti, animali magici. Altre volte mi raccontava la storia dell’Irlanda, quella vera e meno incantata, mi raccontava di un popolo schiavo per tanto tempo, mi raccontava della realtà del paese e di come, nonostante tutto, fosse rimasto in piedi e mantenesse con orgoglio le proprie tradizioni e cultura, la loro identità. Un giorno vide che dentro lo zaino avevo il mio violino. Sgranò gli occhi e raggiante mi disse “Tu suoni il violino? Perchè non me l’hai detto prima? Il violino è uno degli strumenti tipici della nostra musica!” “Ma dai, non lo sapevo!” e guardai il mio strumento con occhi nuovi. Avevo cominciato a studiare musica su grande insistenza di mia madre e fu lei a scegliere per me lo strumento. Inizialmente avrei voluto imparare a suonare il piano, così elgante, distino, ma mia madre aveva sempre avuto una certa passione per il violino, per il suo suono. Dovetti cedere per farla contenta. I primi tempi furono traumatici, riuscivo a riprodurre solo sgraziate stridii e lo odiavo. Poi il mio insegnate mi fece capire che dovevo entrare incontatto con il mio strumento, conscerlo itimamente, farlo diventare parte di me. Pian piano mi abituai alla sua presenza, mi ci affezionai e riuscii a diventare una discreta violinista. Ma mai come quel giorno l’avevo guardato con tanto affetto. Ecco un altro elemento che mi legava a Lisbeth. “Questo pomeriggio vieni a casa a studiare. Ho una grande sorpresa per te…” mi disse. Quel pomeriggio andai a casa sua. La madre, gentile come sempre e con quel suo adorabile accento che non era riuscita ad attenuare dopo tanti anni in Italia, mi invitò ad entrare e con uno sguardo furbetto mi disse che Lisbeth mi attendeva in camera sua. Quando giunsi alla sua porta sentii della musica che non conscevo, di cornamuse e violini. Aprii e trovai la mia amica intenta in uno dei suoi strani balletti. “Ciao Cri!! Forza unisciti a me!” e zompettando epr la stanza mi raggiunse mi prese per mano e mi trascinò nel suo vortice di allegria. “Ma che musica è? Non l’avevo mai sentita in vita mia…è fantastica!” “Sono tipiche ballate irlandesi..senti il violino?” Annuii. “E’ mio zio a suonare, bravo vero?” “Bravissimo! Non mi avevi detto che avessi uno zio musicista….” A quel punto si rabbuiò in volto e mi disse “Non te l’ho mai detto perchè..mio zio è morto…un brutto male, di quelli ereditari, lo portò via poco prima che noi ce ne andassimo dall’Irlanda. Era il fratello di mio padre e io lo adoravo. Mi aveva anche scritto una ninna nanna…” Tacque per un pò, il volto basso a ricordare quel suo zio dolce e premuroso nei suoi confronti. Poco dopo però alzò lo sguardo e sorridendomi mi disse “Ma io ti ho fatto venire non per tristi storie ma perchè ho una sorpresa in serbo per te…chudi gli occhi.” Lo feci e la sentii allontanarsi di corsa e poi tornare accanto a me e mettermi in mano qualcosa che sembrava avere la forma di un quaderno. “Ora puoi aprire gli occhi” Lo feci e mi ritrovai davanti a The music of Ireland , una raccolta di spartiti tutti per violino. “Era di mio zio, ma ora puoi tenrlo tu…mi raccomando però, trattalo con cura..” Aveva le lacrime agli occhi e anche io. Riuscii a stento a ringraziarla poi corsi ad abbracciarla. Restammo per un pò così, poi inziammo a ridere e lei gioviale come sempre mi disse “Forza prendi questo violino e fammi vedere di cosa sei capace”. Passammo il resto della serata a suonare e ballare, unite e felici più che mai.

    Io ero sempre più affascinata da quel popolo e quella terra, ma soprattutto ero sempre più affascinata da Lisbeth. Ormai mi ci ero davvero affezionata. Era una persona speciale in tutti i sensi. Era una persona libera, davvero. Faceva, pensava e diceva ciò che sentiva, senza curarsi di cosa potessero pensare gli altri, se il resto del mondo l’avrebbe approvata o meno. E il bello è che non lo faceva per essere “anticonformista”, per entrare in un clichè. Lei era così. Basta. Con lei mi sono sentita per la prima volta me stessa. Mi sono sentita leggera, non più limitata, non più preoccupata del giudizio altrui. Da ragazza introversa e sprezzante del mondo e i suoi abitanti mi ero trasformata in un’amante della Vita, in una persona solare, gioiosa, diversa. Ero diventata quella vera me che avevo tenuta nascosta per tutto quel tempo. E tutto questo avvenne grazie a Lisbeth, una di quelle persona che entrano nella tua vita in punta di piedi e lentamente, dolcemente ci fanno il nido. E non vanno via mai più. Quell’inverno facevamo grandi progetti. Stavano organizzando un viaggio insieme nella sua Irlanda, dove lei mi avrebbe mostrato le incantevoli lande verdi e i picchi scoscesi sul mare dove mi sarei sentita padrona del mondo, mi avrebbe fatto consocere i suoi amici la sua famiglia. “Alla fine del viaggio sarai una di noi! Non vorrai andare più via..” mi ripeteva sempre. Io non vedevo l’ora che arrivasse l’estate….

    Finite le vacanze di Natale, era di tempo di tornare a scuola. Ma a differenza degli anni passati, non ero affatto triste e arrabbiata. Non stavo più nella pelle, invece, perchè avrei potuto rivedere Lisbeth. Non la vedevo da prima che partisse per l’Irlanda ed ero curiosissima di sapere come aveva trascorso il natale e le vacanze. Ma ebbi una brutta sorpresa. Arrivata in classe notai che il suo banco era vuoto. In un primo momento ci rimasi male, poi pensai che lei e la sua famiglia avessero prolungato il soggiorno nella loro terra. MI dissi di portare pazienza, presto sarebbe tornata.

    Ma non fu così. Il mese di gennaio trascorse lento e triste e lei non si fece vedere. Telefonai diverse volte a casa sua per sapere dov’era, ma non mi rispose mai nessuno. Ora ero davvero preoccupata. Cos’era successo? Un imprevisto? Forse erano partiti per l’Irlanda per rimanere? Perchè non me l’aveva detto allora? Milioni di domande turbinavano nella mia mente ma non riuscivo a damri una risposta. E intanto il tempo passava…

    Quella domenica pomeriggio ero sola a casa. I miei erano usciti e io cercavo di studiare con scarsi risultati. I miei pensieri andavano di continuo all’idea che Lisbeth fosse andata via e mi avesse abbandonato. Così, senza salutarmi neppure. Un’ondata di rabbia e delusione mi sommerse. Perchè non mi aveva detto niente? Era partita mentendomi, dicendo che ci saremmo viste dopo le vacanze e invece…non mi aveva detto nulla…gran bella amica che mi ero trovata!!! E ora ero di nuovo sola. Lacrime amare e silenziose scesero lungo il mio viso. Fu in quel momento che il campanello suonò. In fretta cercai di asciugare le lacrime e ricompormi e andai ad aprire. Mi ritrovai davanti alla mamma di Lisbeth. Ma non era più quella donna allegra e sorridente che mi ricordavo. Il suo viso era stravolto, incavato, con delle occhiaie profonde, come se avesse pianto per giorni e giorni. Tutta la sua persona mi diceva che era accaduto qualcosa di grave, molto grave, alla mia amica. “Ciao Cristina, posso entrare? I tuoi non ci sono? Devo parlarti…” mi disse. Le risposi che ero sola in casa ma che poteva accomodarsi e la feci entrare. Volevo assolutamente sapere cosa stava accadendo. La signora O’ Donnel si sedette dove le avevo indicato e cominciò a fissarmi incerta su come inziare per dirmi ciò per cui era venuta. Io ero ormai esasperata. La vedevo attorcigliare tra le mani un fazzoletto e continuare a piangere senza sosta. Non ce la feci più e sbottai “Signora cosa succede? Perchè p venuta a cercarmi? E’ successo qualcosa a Lisbeth, vero? Mi dica, è così? La prego…” Non riuscì ad emettere alcun suono ma con la testa annuii. Io ero ormai sul punto di scoppiare a piangere. “La prego mi dica cos’ha…cos’è successo…per favore..” . Le lacrime cominciarono a scendere copiose. Sapevo che era una cosa molto grave, ma il non sapere cosa mi straziava. La signora Oì’ Donnel mi prese tra le sue braccia e rimanemmo così per qualche minuto, poi parve trovare il coraggio di parlare perchè, con voce rota dal pianto cominciò a dirmi cosa stava accadendo. “Mia cara Cristina, Lisbeth non sta affatto bene. Lei è…è..molto malata…i medici stanno facendo il possibile, ma…” e scoppiò on singhiozzi. Io ero incredula. “Ma come è possibile? Quando si è ammalata? E’ successo in Irlanda?” chiesi spaventata. Ci doveva pur essere qualcosa che si poteva fare…ma la signora prese a parlare senza curarmi delle mie domande. “Sapevamo che sarebbe potuto capitare..suo zio è morto per lo stesso male , sai? Ma mai ci aspettavamo capitasse ora..Lisbeth è sempre stata di salute cagionevole, così delicata, povera figlia mia, ma…ci speravo, cristina, speravo che potesse salvarsi…e invece..non sono pronta, non ora, non la mia bambina!” e ancora lacrime. La presi tra le braccia cercando di consolarla, ma anche io ero a pezzi. Sua madre aveva detto che Lisbeth era stata sempre cagionevole di salute, ma perchè non me ne ero mai accorta? Perchè ero stata egoista ecco perchè, mi risposi. Tutti questi mesi passati insieme e io mi ero occupata solo di me stessa, di come stessi cambiando, di come le cose andassero bene ora, di come fossi felice. E di lei non mi ero mai preoccupata. Persino quando mi raccontò dello zio non fui capace di dire niente di carino. E lei continuava ad essere così gentile con me. Ora mi tornavano alla memoria tutte le sue assenze, i suoi continui raffreddori, quella volta che la madre non le permise di venire con noi in gita sui colli perchè faceva troppo freddo..non avevo pensato mai che fosse per la sua salute, che le non fosse sana e forte come invece dava a vedere. “Lei è sempre stata una ragazza forte, - proseguì la signora O’ Donnel - non voleva dare dispiacere a nessuno e fingeva di stare bene…cerca di affrontare tutto con il sorriso…anche ora in ospedale..ma questo lo sai vero, cristina? Lo sai quanto mia figlia è forte?”  Si ora lo sapevo. MI vergognai delle parole dette e pensate poco prima che sua madre venisse a cercarmi…Lisbeth era davvero una persona meravigliosa e glielo dissi a sua madre mentre era lì a piangere tra le mie braccia. “Voglio vederla, signora. Per favore, voglio venire in ospedale a trovarla..” Lei mi guardò con un sorriso triste e mi disse “Certo che te la faccio vedere, sono venuta qui per questo. Anche Lisbeth vuole vederti, mi ha mandato a cercarti e a dirti che le manchi tanto.” Io non potevo frenare le lacrime. “Anche lei mi manca tanto” dissi. Corsi a prendere la giacca e uscimmo dirette all’ospedale.

    Per un attimo esitai davanti alla porta. Temevo ciò che avrei trovato oltre, una volta varcata la soglia. “Coraggio cara..” mi fece forza la signora O’ Donnel. Aprii la porta e mi ritrovai di fronte al sole. Lisbeth era a letto, collegata a mille tubicini, pallida e con delle grandi occhiaie ma dal suo enorme sorriso pareva che non fosse mai stata meglio. “Cristina!” gridò felice, gli occhi sgranati dalla sorpresa. Io corsi accanot a lei e l’abbracciai. Fu un momento molto commovente. Piangevamo entrambe cercando nello stesso tempo di parlare e spiegarci. “Mi spiace non essermi fatta più sentire, chissà cosa avrai pensato di me…che pessima amica ti sei trovata!” “Smettila di dire assurdità, io devo chiederti scusa! Ho pensato malissimo di te, pensavo te ne fossi andata senza avvisarmi..ero delusa…che scema, ho dubitato di te..scusami…” “Non ti preoccupare, capisco benissimo, anch’io avrei pensato lo stesso..l’importante è che ora tu sia qui…e se proprio vuoi farti perdonare, domani porterai con te il violino, intesi?” Scoppiammo a ridere, reazione del tutto normale per poter sciogliere la tensione che finora ci aveva attanagliato. Il giorno dopo tornai con il mio violino e passammo il tempo a suonare e cantare. Di nuovo insieme.

    Tornai ogni giorno in quella stanzetta d’ospedale. Lei mi accoglieva sempre con un grande sorriso e si sforzava di apparire quella di sempre. Ma sapevo bene che ogni giorno era sempre più debole. I dottori si erano arresi, non c’era più niente da fare. I genitori di Lisbeth mi misero al corrente, forse anche loro pronti al peggio. Io non potevo accettarlo. Speravo ancora, quando la lasciavo per tornare a casa, che il giorno dopo l’avrei trovata migliorata, in piedi, pronta a ballare e a correre per i suoi amati prati. Ma non fu così. I signori O’ Donnel mi avevano fatto promettere di non dire niente a Lisbeth riguardo a ciò che avevano detto i dottori, ma pareva che lei già sapesse…e avesse accettato la cosa. Era sempre tranquilla e serena e mai colsi un attimo di tristezza o turbamento sul suo volto. Io al contrario ero terrorrizata e provavo una grande angoscia per ciò che le stava accadendo. Non volevo perderla, non volevo lasciarla andare. Lisbeth aveva compreso in che stato d’animo mi trovassi e un giorno mentre eravamo distratte da uno splendido sole alla finestra, lei mi parlò: “So che mi consideri una pazza perchè non mi preoccupo di quello che mi sta succedendo, ma la realtà è che io so perfettamente cosa sta per avvenire e non riesco ad esserne spaventata. Certo pensare che non potrò più godere di tante cose, del sole, della musica, dell’amore dei miei gneitori, della tua amicizia mi fa stare male, come anche provo dolore per le cose che non ho vissuto e mai vivrò: innamorarmi, diplomarmi con te, andare all’università, girare il mondo e naturalmente fare il nostro grande viaggio in Irlanda…” le lacrime lentamente cominciarono a scorrere. A quel punto cercai di tranquillizzarla ma stavo solo tranquillizzando me stessa. “Non dire sciocchezze Lisbeth, quest’estate andremo in Irlanda, è sicuro! Presto starai meglio e potrmeo organizzare la nostra partenza…sarà bellissimo…” Lei mi guardò con tenerezza: “Sono sicura che L’irlanda ti piacerà…davvero…e spero che quando ci andrai mi penserai. Ma voglio che tu capisca che io non sono triste perchè non voglio esserlo. Se mi rimane davvero poco da vivere voglio godermela al massimo, in ogni singolo momento e non farmi abbattere da brutti pensieri…e vorrei che anche tu facessi lo stesso. Non voglio gente triste attorno…me lo prometti?” Glielo promisi e da quel giorno cercai di essere più allegra e spensierata possibile, riservandomi le lacrime e la tristezza per quando lei non c’era.

    Lisbeth morì in un luminoso giorno del mese di Marzo. Da pochi giorni eravamo entrati nella primavera, la stagione più amata dalla mia amica. La sera prima quando l’avevo salutata sembrava stesse bene dopo tanti giorni di sofferenza a causa della chemio e dei trattamenti che i medici non smettevano di provare su di lei. Aveva voluto che prima di andarmene le aprissi un pò la finestra per far entrare la brezza leggera che tirava quel giorno. “Ho voglia di sentire il profumo dei fiori…” mi disse a mo’ di spiegazione. Quando tornai a casa ero serena come non lo ero da molto tempo e mi addormentai per la prima volta dopo un mese, senza alcuna difficoltà. Quando mi svegliai e scesi giù in cucina c’era mia madre ad attendermi. Dal suo viso compresi che era successo qualcosa di molto grave. “Ha chiamato la mamma di Lisbeth…ha avuto un attacco molto forte, questa notte…i dottori dicono che…non riuscirà a resistere a lungo, tesoro…sta per andare via…” I suoi occhi si riempirono di lacrime. Anche io piangevo senza accorgermene. La mamma mi abbracciò e restammo così per un pò, poi dolcemente mi disse di andare su a vestirmi, mi avrebbe accompagnato lei da Lisbeth. In un primo momento compì gesti e movimenti in maniera meccanica, come un automa. Poi pian piano cominciai a realizzare. Lisbeth stava morendo, oggi, proprio con questo sole splendente e questo cielo azzurro. Non potevo sopportarlo, perchè la natura aveva scelto quel giorno per mostrarsi in tutto il suo splendore? Odiai il sole e mentre slaivo nella macchina di mamma, desiderai ardentemente che si scatenasse un temporale. Ma lui continuò a rimanere alto nel cielo. Giunti in ospedale, mi misi a correre più veloce che potevo. Non poteva andarsene senza che la salutassi. Dovevamo parlarci per l’ultima volta. Non potevo, non poteva lasciarmi così senza un saluto. Arrivai nella sua stanza e il sole aveva inondato tutto. Lisbeth era sdraiata sul letto e pareva dormisse. Ma appena sentì il rumore die miei passi aprì gli occhi e comparve sul suo viso emaciato un flebile sorriso. “Hai visto? Anche il sole è venuto a salutarmi…” mi disse continuando a sorridere. Le avevo preso la mano e ormai non riuscivo più a controllare le mie lacrime. “Lisbeth, non te ne andare…rimani qui con noi…dobbiamo fare il nostro viaggio Lisbeth…vedere la tua Irlanda..”  A quelle parole si voltò e mi guardò dritta negli occhi. “Cristina promettimi che andrai in Irlanda…quest’anno o il prossimo non impporta, ma devi andarci…e quando arriverai lì…suona qualcosa per me…” Annuii. “Te lo prometto…” riuscii a dire. “Sono certa che te ne innamorerai…” mi rispose e quelle furono le ultime paroleche mi rivolse. Una mano sbucata dal nulla mi allontanò dal suo capezzale e mi portò con se fuori da quella stanza. Io piangevo senza più riuscire a fermarmi, stringendomi forte a quella persona che capii dopo essere la mia mamma. Mezz’ora dopo vidi uscire dalla sua stanza suo padre che mi abbracciò forte. Lisbeth non c’era più.

    L’anno dopo ero all’aereporto con i miei genitori. Avevo da poco terminato gli esami di Stato, non senza difficoltà. Era stato un anno lungo e complicato. I primi mesi dopo la morte di Lisbeth furono disastrosi, caddi in una sorta di depressione e solo grazie la comprensione dei miei professori (li avevo giudicati davvero male!) riuscii a passare l’anno. Dop un’estate trescorsa con i miei nonni, nel loro silenzioso paesino di montagna dove la vita scorreva placida e tranquilla, tornai a casa più serena e con le idee più chiare. Il ricordo di Lisbeth era sempre forte ma il tempo stava lenendo pian piano il dolore. Riuscivo a ricordare più volentieri i momenti fleici passati insieme e il suo nome non innescava un attacco di pianto come prima. Ma ero ben decisa a mantenere la promessa che le avevo fatto. E per farlo dovevo superare gli esami. Quell’anno mi misi a studiare duro, recuperai le lacune e scoprii che materie che credevo di odiare in fondo non erano così male. Mi aiutò molto anche il fatto che ebbi ben poche distrazioni. Non avevo molta voglia di incontrare i miei amici di sempre, desideravo restare sola e per questo uscivo di rado. I miei amici compresero e per questo cercavano di lasciarmi in pace e di darmi il tempo che mi serviva. Quando però finirono gli esami non potei nascondere la mia felicità e la mia voglia di far festa. Ritrovai l’antica allegria e spensieratezza e ripresi a frequentare i vecchi amici e a conoscerne di nuovi. Ma naturalmente a chiunque mi chiedesse dove andassi in vacanza o chiunque mi invitasse in vacanza con lui, rispondevo “Quest’estate vado in Irlanda…vado a trovare un’amica….”. A metà luglio i miei mi accompagnarono in aereoporto e salii sull’aereo che mi avrebbe portato nella cara terra di Lisbeth. Avevo organizzato tutto. Con un pò di coraggio qualche mese prima avevo scritto una lettera alla nonna di Lisbeth spiegandole chi fossi e le mie intenzioni di venirla a trovare e di conoscere la famiglia della mia amica. Mi rispose con una lettera molto calorosa che mi invitava a raggiungerli il più presot possibile. In fondo vi era un’indirizzo mail che potevo usare per tenermi in contatto con loro. Fu così che conobbi Dylan. Era il cugino di Lisbeth. Era molto contento di conoscere la migliore amica della sua cara Lisbeth. All’inizio fu difficile comunicare ma ben presto riuscimmo a capirci e conoscerci meglio. Al momento della mia partenza potevamo definirci assolutamente amici. Avrei trovato lui ad attendermi all’aereoporto di Dublino.

    Quello che non avevo previsto è che Dylan fosse così bello. Quando mi venne incontro quel giovanotto alto e dai bellissimi occhi azzurri pensai si fosse confuso con qualcun’altro e se lo riconobbi fu per il sorriso. Lo stesso di Lisbeth. “Ciao..io..sono..Dylan” disse in italiano. “Hi Dylan, I’m Cristina.” ci stringemmo la mano e ci sorridemmo. basto questo a procurami una scarica elettrica lungo la spina dorsale. Imbarazzata distolsi lo sguardo dai suoi occhi ma mi accorsi che anche lui non era a suo agio. Era arrossito e balbettando, mi invitò a seguirlo. In macchina scese un silenzio carico di imbarazzo e rimanemmo senza dire niente per molto tempo. Poi lentamente, merito anche del paesaggio straordinario mentre ci allontanavamo dalla città che mi spinse a emettere gridolini di gioia e stupore, cominciammo a scambiarci quelche parola. Scoprii che aveva studiato un pò di italiano e la cosa mi fece molto piacere e mi lusingò. La conversazione trascorse tranquilla e quando arrivammo al villaggio della nonna ormai il ghiaccio era stato definitivamente rotto.

    Quando scesi dalla macchina ci venne incontro una donna anziana avvolta in un cardigan color panna. Ebbi un tuffo al cuore. Sotto le rughe e i segni dell’età c’era Lisbeth, i suoi occhi, il suo sorriso, l’espressione sempre serena del suo viso. La nonna mi raggiunse e mi abbracciò a lungo. Quel gesto mi commosse e scoppiai in lacrime. La nonna non si scompose ma mi tenne tra le sue braccia lasciandomi libera di sfogare tutte le mie lacrime. Quando mi calmai prese il mio volto tra le mani e guardadomi dritta neglio occhi con il suo dolce sguardo mi disse: “Welcome to Ireland”.

    Trascorremmo la serata parlando di molte cose. Mi parlarono della loro famiglia, di Lisbeth da piccola mentre io gli raccontai di come ci eravamo conosciute e di tutto ciò che avevamo condiviso insieme. Vollero sapere cosa mi aveva spinta a venire in Irlanda e così raccontai loro tutto, dal progetto del viaggio insieme mai realizzato alla promessa che le avevo fatto prima che morisse. “Mi ha chiesto di fare questo viaggio, di conoscervi e di conoscere il suo Paese. Era una cosa che avrei voluto fare con lei ma purtroppo non è andata così…tuttavia dovevo mantenere la promessa.” “Siamo molto contenti che tu sia qui. Conoscere una perosna importante nella vita della nostra Lisbeth è un pò come riaverla per un attimo con noi.” Restammo per qualche attimo in silenzio, ognuno rcordando a suo modo l’amica, nipote, cugina che non c’era più. Fu Dylan a interrompere i nostri ricordi chiedendomi se quello che vedeva spuntare dal mio borsone non fosse un violino. Glielo confermai e i loro occhi si illuminarono. Vollero che suonassi qualcosa e io li accontentai suonando un brano a me molto caro tratto dla musichiere che Lisbeth mi aveva regalto. Quando riconobbeor la musica spiegai loro del dono che mi aveva fatto. “Mi ha fatto anche promettere che, una volta giunta qui in irlanda, suonassi qualcosa per lei..” “E lo farai! Conosoc anche il posto dove puoi farlo!” mi disse Dylan scmabiandosi un’occhiata complice con la nonna. L’anziana signora mi guardò sorridente e mi spiegò “C’è un posto che Lisbeth amava più di ogni altro ed è a pochi passi da qui. Se vuoi, domani Dylan può accompagnarti e potrai suonare lì in onore di Elisabeth.” “Sarebbe fantastico!” esclamai felice. Avrei mantenuto la promessa. Rivolsi a Dyaln uno sguardo riconoscente e di rimando lui mi fece un’occhiolino. Sentii ancora quella scossa elettrica pervadermi lungo il corpo.

    La mattina dopo io e Dylan ci avviammo lungo un sentiero impervio ma ricco di fascino e di natura. Per quanto lunga fu la strada non provai nessun affano tanto ero ammaliata da tutta quella natura, quel verde incontaminato, quel cielo che pareva immenso. Era apparso anche un tiepido sole a rendere ancor apiù bella la giornata. Verso la fine del percorso cominciai a sentire il profumo dle mare e il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli. “E’ vicino al mare dunque!” dissi a Dylan il quale si voltò e con un sorriso furbetto mi rispose “più di quanto tu possa immaginare!”. Alla fine arrivammo e di fronte a ciò che vidi rimasi a bocca aperta. Era magnifico. Ci trovavamo sul picco più alto di una scogliera a precipizio sul mare che si stendeva tutto intorno a noi. l’acqua ci raggiungeva a spruzzi sul volto e se alzavi un dito pareva di toccare il cielo. “Lisbeth amava molto questo posto. Ogni volta che aveva voglia di restare sola a riflettere o a sognare ad occhi aperti veniva qui….ora che lei non c’è vengo spesso a ricordarla qui com’era, seduta proprio dove sei tu adesso, immersa con lo sguardo verso il mare…era come una sorella per me, le volevo davvero molto bene…” mi disse con una profonda  nota di tristezza il mio accompagnatore. Mi guardai attorno e chiusi gli occhi. Era come sentirla vicino a me. Era davveor il posto adatto per suonare in suo onore. Mi tolsi dalle spalle lo zaino e aprii la custodia del violino. Dylan si sedette accanto a me in attesa. Sistemai bene il violino nell’incavo tra collo e spalla, posizionai l’archetto e iniziai a suonare. Fu come un magia. Le note prodotte dal mio violino si mescolvano ai suoi della natura che ci circondava e all’improvviso, eccola. La vidi attorno a me, sorridente, allegra come non l’avevo mai vista, che ballava e girava in tondo e sentivo la sua risata, vedevo i suoi occhi pieni di gioia. Cominciai a piangere silenziosamente ma non smisi di suonare. Arrivai fino alla fine, volevo godermela quella visione, poterla vedere fino all’ultima nota per ricordarmela così, nel suo mondo, nella sua terra. Quando terminai mi sentii svuotata. Guardai Dylan. Anche lui aveva il volto rigato dalle lacrime. Si alzò mi venne incontro e mi abbracciò. Restammo lì, stringendoci l’unmo all’altro per farci forza e dare sfogo a tutta la nostra tristezza e solitudine. Infine le lacrime smisero di scendere e tenendoci mano nella mano demmo un ultimo sguardo a quel posto incantato e andammo via .

    Qualche giorno dopo ero di nuovo in aereoporto. Dopo quel giorno non tornai più sulla scogliera e Dylan cercò di distrarmi portandomi ovunque, facendomi conoscere persone e luoghi meravigliosi. Si era creato un rapporto speciale tra noi ed eravamo diventati inseparabili. Ci sentivamo uniti e c’era qualcosa di non ben definito che aleggiava nell’aria tra noi. Sapevo che avrei sentito la mancanza di Dylan una volta in Italia. Ma non sapevo se sarebbe stato anche per lui così. La sera prima della mia partenza fu molto triste e silenzioso. La nonna cercò di indagare su cosa gli passasse per la testa ma come risultato ebbe solo che lui si alzò e andò a dormire molto presto. non prima però di slautarmi e dirmi sorridendo che mi avrebbe accompagnaot lui in aereporto il mattino successivo. Quando si fu allotanato la nonna rise dell’atteggiamento del nipote e rivolgendosi a me mi disse “Secondo me ha preso una bella cotta per te!” Arrossii all’istante. La nonna se ne accorse ma per evitarmi una situazione imbarazzante cambiò argomento. “Ho un regalo per te.” disse e si allontanò veros la sua stanza. Quando tornò aveva in mano una spilla. Era bellissima. Era in argento con decorazioni in cristallo color verde. Rappresentava un’arpa celtica. “A Elisabeth piaceva molto. Le avevo promesso che gliel’avrei regalata al compimento dei diciotto anni. Purtroppo non sono riuscita a farle questo dono, ma ora vorrei regalarla a te.” La guardai stupita. “Non posso accettare. Appartiene alla vostra famiglia.” “Lisbeth sarebbe d’accordo con me – rispose la nonna - l’ultima volta che venne qui, durante le vacanze invernali, mi disse che aveva incontrato un’amica speciale, a cui voleva molto bene e che considerava come una sorella. Eri tu. Permettimi di considerarti allora parte della famiglia e di farti questo dono. Servirà sempre a ricordarti lei…e noi.” Ero commossa, non seppi dire altro che un “grazie” ormai in lacrime e corsi ad abbracciarla.

    Il mattino dopo ripercorsi al contrario la strada che avevo fatto per giungere al paese di nonna O’ Donnell. Sembrava fossero passati mesi anzichè pochi giorni. Accanto a me c’era ancora Dylan e ancora una volta il viaggio fu silenzioso ma i motivi erano ben diversi da quelli della prima volta. Ero troppo triste al pensiero di non rivederlo più, non avevo mai provato quel tipo di dolore, come se qualcosa si strappasse con forza dal tuo corpo. O dal tuo cuore. Anche lui appariva imbronciato. Chissà se per lo stesso motivo. Smisi di pensarci e cercai di distrarmi con il paesaggio. Era una triste giornata di pioggia e questo non aiutò il mio umore. Fu quasi un sollievo quando arivammo all’aereoporto. Dylan mi aiutò con le valigie e attese con me il mio aereo. Ma ancora non riuscivamo a parlare. Dov’era finita la complicità che c’era stata in tutti quei giorni? Alla fine venne annuciato il mio volo. Non volevo però che ci salutassimo con freddezza. Perciò mi feci coraggio e lo abbracciai forte sussuradogli in un orecchio “Grazie di tutto..”, mi staccai infine da lui e gli sorrisi allegra. Lui parve stordito da quel gesto e rimase immobile mentre raccoglievo la mia borsa e mi voltavo per allotnanarmi. Ma appena tentai di fare sentii di essere trattenuta per un braccio. MI girai ed eccolo lì, il suo viso a cinque centimetri dal mio. Mi baciò e fu tenero ed elettrico allo stesso tempo. Non avevo mai provato una sensazione così terribile e meravigliosa nel medesimo istante. Volevo non finisse mai…Quando ci separammo eravamo imbarazzati ma felici. Quel bacio aveva chiarito le cose tra noi. “Ci terremo in contatto tutti i giorni” mi disse, “e verrò presto in Italia a trovarti. Promettimi che non mi dimenticherai appena atterrata a casa.” Ero pazza dalla gioia. Gli saltai al collo e gli dissi “Come potrei dimenticarmi di te…sarò sempre qui con te, con il pensiero e il cuore..” Ci baciammo ancora e ancora e solo l’ultima chiamata del mio volo ci fece separare di controvoglia. Riuscii a non perdere il volo e presi la via del ritorno. E mentre ero in volo mi capitò più volte di pensare a Lisbeth e di sentire la sua risata. Sapevo che c’era il suo zampino in tutto questo e chiusi gli occhi, la ringraziai. Quando li riaprii la vidi danzare sulle nuvole e sorridermi. Aveva sempre voluto vedermi felice. E ora ci era riuscita.

    A settembre, con la benevolenza dei miei genitori, mi iscrissi al Trinity College e mi traferii a Dublino. Ancora una volta Dylan mi attendeva in aereoporto. “Sei tornata per restare?” mi chiese. Lo guardaii negli occhi e anuii. Allora lui mi abbracciò e mi baciò a lungo. “Welcome back to home!” mi disse e prendendoci per mano ci allontanammo tra la folla.

     

    Ringrazio la Top 5
    per questo fantastico premio!
     

    Grazie anche a Goccia di Rugiada

    per questo bellissimo premio!

    Image and video hosting by TinyPic

    Immagine con cui ho partecipato:

    Enchanted Forest

    E grazie anche a The Celtic Directory

    per questo premio vinto nel suo favoloso contest

    "Luna e Fuoco"

    24qr3gl.jpg

    Immagine con cui ho partecipato:

    Fire & Moon

    E Grazie anche a The fable directory

    per questo premio vinto per il suo contest

    "The Raibow"

    I'm so happy!

    Immagine con cui ho partecipato:

    Over the Raimbow..

     

    Grazie tanttime a Yoko Kurama per questo Award

    vinto al contest "Atlantide"..

    che bello!^^

    Image and video hosting by TinyPic

     

    Immagine con sui ho partecipato:

    Il sorriso di Atlantide

     

    Grazie infine a Le mecenati dell'Arte

    per questo premio vinto

    al contest "The Fire"

    Grazieeee!

    Image and video hosting by TinyPic

    L'immagine con cui ho partecipato:

    Fire & Moon

     

    Sabina
    May 10

    Auguri a tutte le mamme...

     

     
    per questo premio vinto al Contest
    "A SEDUÇÃO DA LUA"
    Obrigado!
     

    Photobucket

    Immagine con cui ho partecipato:

    Magic Moon

    Sabina
    May 03

    Vampire…

      


    I suoi genitori morirono quando lei era molto piccola. Rimase sola a dover vivere in quella grande casa che sovrastava la vallata e il villaggio, ormai disabitato. Anche la casa lo era poichè la servitù era scomparsa dopo la morte del conte e della contessa. Con lei era rimasta solo una vecchia governante, decrepita e maligna, che la allevò solo perchè non aveva nè famiglia nè nessun luogo dove andare. Relegata nella sua stessa dimora, godeva di un’unica ora d’aria, la notte alla luce della luna, quando la governante la portava nel giardino immenso della magione. Questo rifletteva appieno lo stato di trascuratezza e decandenza in cui viveva la casa stessa. Non era ormai che un groviglio di rovi e gramigne, salvo che per il grande roseto di rose bianchissime che costeggiava la cancellata e che le separava dalla realtà stessa.

    Durante quell’ora la piccola orfana veniva anche nutrita. La governante le consegnava un piccolo animale, un coniglio o uno scoiattolo, e la bimba con zanne fameliche si avventava sulla preda e si nutriva, lasciando solo la piccola carcassa vuota. Passarono alcuni anni prima che lei comprendesse la sua vera natura. Imparò a leggere e scrivere nella grande Biblioteca del suo bisnonno, il conte Gladiu, dove venne a conoscenza della storia e delle radici profonde della sua famiglia e del suo casato. Scoprì gli oscuri segreti che l’avvolgevano e capì quanto ineluttabile fosse il suo destino. Senza indugi, nel momento della pubertà, decise di assumere il suo ruolo di Regina delle Tenebre e di assumere il comando di quel Mondo Oscuro che la circondava. Ma in esso ella si sentiva molto sola.

    Crescendo anche la sua fame era cambiata. Non si accontentava più di piccoli roditori. Esigeva dei sacrifici di sangue e carne. Umana.

    Ogni plenilunio la giovane contessa si sedeva sul suo trono dalla pregiata seta ormai logora e dall’antico legno mangiato dalle tarme. Sedeva ed aspettava, osservando le ragnatele che costellavano il soffitto. Presto la vecchia governate sarebbe tornata e non a mani vuote. La vecchia megera avrebbe infatti avvicinato un povero passante nel villagio desolato e con la scusa di offrirgli un pasto caldo e un tetto sotto cui riposarsi, l’avrebbe convinto a seguirlo. Ma in quell’antica magione diroccata il povero ignaro viandante non avrebbe trovato nient’altro che la fine dei suoi giorni. Il più delle volte il tutto avveniva senza particolari sforzi. Quei poveri esseri umani rimanevano incantanti dalla bellezza eterea e ultraterrena della contessa. Si innamoravano alla follia dei suoi capelli corvini, della sua pelle candida come neve, delle sue labbra color rubino e ben volentieri si offrivano come pasto alla loro amata. Ma nessuno sospettava mai che, nel momento in cui le sue zanne lucenti affondavano nella morbida carne, al sangue caldo si mescolavano le fredde lacrime di colei che odiava la sua natura ma a cui non poteva ribellarsi. Sangue e lacrime scorrevano lungo quell’esistenza che pareva sempre più una lunga prigionia.

    In una notte di tempesta un giovane cavaliere si perse in quella sperduta valle. Fu così che, senza accorgersene, si imbattè nell’altissima cancellata che circondava la dimora della contessa. La sua attenzione fu rapita immediatamente dall’immenso roseto di rose bianche. Che strane! - pensò il giovane – il loro biancore…pareva fossero finte, fatte di vetro o di perla…Era ancora intento a studiare quei fiori quando una voce interruppe il flusso dei suoi pensieri. “Chi è che osa disturbare la quiete del mio giardino? Vada via prima che sia troppo tardi per pentirsene!” Il giovane si voltò e ciò che vide lo colpì dritto al cuore. Di fronte a lui vi era una fanciulla di bellezza ineguagliabile, che mai aveva visto nè saputo immaginare…ne fu subito ammaliato. “Mi perdoni mia signora,” disse il cavaliere alla contessa, “Mi sono perso nel folto del bosco durante la tempesta e senza accorgermene sono giunto fino alla sua casa. La prego di essere misericordiosa e provare pietà per un povero viandante infredolito e disperso sulle sue terre e mi conceda di restare nella sua casa fino a che il tempo non migliori e io possa riprendere il cammino.” La contessa lo scrutò a lungo..era davvero un bel ragazzo e quello sguardo, così puro e sincero…un brivido la percorse lungo la schiena. La sua natura aveva scelto la sua preda. E a quel pensiero la giovane contessa non potè remprimere un moto di disgusto nei suoi confronti. Si sentì svenire ma invece di crollare a terra si accorse di essere mantenuta da braccia forti e vigorose. Alzò lo sguardo e vide il volto del bel cavaliere sorriderle. “Mia signora non si sente bene?” era sinceramente preoccupato per lei. “Non è nulla, assolutamente nulla” gli rispose flebile mentre si rialzava e cominciava a dirigersi verso l’ingresso della villa. “Per questa notte sarà mio ospite…mi segua..” disse ancora, riassumendo il tono freddo e distaccato di prima. Ma era profondamente turbata. Per la prima volta qualcuno era stato gentile con lei, le aveva mostrato quello che lei conosceva solo per nome, “calore umano”. Che piacevole sensazione aveva provato tra le braccia di lui! Come fare ora, con che coraggio sacrificarlo per perpetuare la sua esistenza triste e  dannata? Ma la sua diabolica fame ormai chiedeva a gran voce quel sacrificio. Era molte lune che non si cibava e i suoi sensi avevano avvertito forte il calore e l’odore del sangue che scorreva nelle vene di quel giovane corpo..ancora una volta l’istinto ebbe il sopravvento. Tutto ciò che la povera fanciulla riuscì a ottenere fu di procrastinare la fine del cavaliere. Avrebbe atteso di consumare il suo pasto fino a che la luna fosse stata alta e splendente nel cielo. Nel frattempo avrebbe goduto della compagnia del bel giovane.

    Entrando in quella casa il giovane cavaliere non potè non trattenere il fiato. L’odore che la mobilia, le stoffe, ogni singolo oggetto contenuto nelle grandi e lugubri stanze emanavano richiamavano nella sua mente l’immagine di…una tomba. L’odore di morte attanagliava tutto, la stessa persona della bella fanciulla che lo precedeva, ora si rendeva conto, ne era impregnata. Un oscuro e terribile presentimento gli si affacciò nella mente e si sentiva tentato a tornare indietro sui suoi passi e fuggire quando la bella padrona di quel mausoleo si voltò verso di lui e gli sorrise dolcemente. Fu come se ogni timore fosse spazzato via e sorridedole di rimando, la seguì verso la grande sala. Dopo l’opprimente buio dell’ingresso e del lungo corridoio percorso, per il giovane fu nu piacere trovare in quella sala un camino co un fuoco scoppiettante. La giovane dama parve però non apprezzare quel calore e quella luce. Infatti si allontanò dal focolare per sistemarsi nell’angolo più remoto della stanza dove in penombra il giovane potè scorgervi un ampia poltrona di seta damascata, anche se questa appariva tarlata e consunta. D’altronde la casa non pareva essere in buone condizioni. La mobilia era rovinata dal tempo, negli angoli vi si scorgevano grandi ragnatela e una patina spessa di polvere ricopriva ogni cosa. All’incuria si associava il buio. Tranne che per la zona che circondava il camino, anche questa stanza, come il corridoio di prima,  era avvolta dall’oscurità. Pesanti tende di broccato impedivano alla luce di filtrare. L’effetto era quasi soffocante. Ancora l’istinto suggerì al giovane di stare in allerta.

    Come se lo avesse letto nel pensiero la contessa disse: “Ho ordinato che venisse acceso il fuoco per lei, mio caro ospite. Purtroppo una grave malattia agli occhi mi impedisce di poter godere della luce come un qualsiasi essere umano. Per questa ragione mi avete visto passeggiare a tarda notte nel mio giardino. La luce del sole mi è proibita e sono condannata eslusivamente alla vita notturna. Ma voi che potete, restate pure accanto al camino e godetene pure…” Il giovane parve confortato da queste parole e provò una profonda compassione per la triste esistenza di quella fanciulla ma qualcosa lo turbò ancora. Quando aveva ordinato di accendere il camino? E soprattutto a chi aveva dato quell’ordine? Quella casa sembrava abitata dalla sua sola padrona. Ma proprio nell’attimo in cui si faceva queste domande, ecco apparire da una porticina laterale una donnina piccola e probabilmente bicentenaria per quanto pareva decrepita. Per un attimo il giovane rabbrividì osservando il suo ghigno maligno alla tenue luce del camino. La vecchia governante posò un vassoio sul lungo tavolo posto al centor della sala e, sempre senza alcun rumore uscì dalla stanza. Ma pochi istanti dopo si levò nella casa una risata stridula e terrificante. I nervi del povero cavaliere erano ormai scossi del tutto.

    “Non si preoccupi, non è pericolosa…” tentò di tranquillizzarlo la giovane contessa, “é la servizio della mia famiglia da moltissimi anni e si è presa cura di me quando non c’era più nessuno..ora, nel periodo della decadenza fisica e mentale, non posso abbandonarla io e la lascio svolgere il suo lavoro di tutta una vita…ma stia tranquilla, mi è fedele e non le farà male..a meno che non glilo ordini io…” Poi guardando lo sguardo spaventato del suo povero interlocutore scoppiò in una risata. “Ah ah ah! Ma non mi guardi così! Stavo scherzando…non le potrei fare mai niente di male…” Ed era vero. Osservandolo lì, in quella stanza, confuso e sperduto quasi come un bambino, non potè non provare amore per lui. Il giovane alle sue parole gli rivolse uno dei suoi meravigliosi sorrisi. No, non poteva fargli del male…se solo avesse potuto far tacere quella vocina assetata di sangue nella sua voce…

    La voce del giovane interruppe i suoi pensieri. “Ma perchè una fanciulla come lei, così bella, dolce, gentile, delicata al pari delle rose bianche del suo giardino, vive in questa casa vuota e triste che la condanna a un’esistenza impossibile per qualsiasi essere umano?” A questa domanda lei si irrigidì. Con voce triste rispose: “La casa dei miei avi è il mio destino…solo qui posso essere quello che sono…solo qui so chi sono…ma mi dica di lei..perchè un giovanotto come lei viaggia solo in queste terre pericolose?” Lui la guardò a lungo prima di risponderle. Poi, distolto lo sguardo da lei, si avvicinò alla grande finestra che dava sul giardinò, scostò le tende e osservando il grande roseto cominciò a parlare. “Perchè la mia vita è solitaria quasi quanto la sua…conduco un’esistenza raminga e senza radici perchè non ho casa nè famiglia…viaggio nella speranza di trovare un luogo dove il mio cuore possa trovare la pace…e l’amore….” dette queste parole il giovane ammutolì. Davanti a sè non vide più il giardino ma tristi ricordi affolarono la sua mente e un lacrima cadde sulla sua mano…ma lui non stava piangendo! Si voltò e scorse accanto a lui il volto della bella contessa. Piangeva. Per lui. E per lei. Il cavaliere le pose una mano sulla guancia e le asciugò le lacrime. Poi pian piano si avvicinò e la baciò.

    Fu una notte strana. Magica a suo modo ma terrribile allo stesso tempo. Quella casa fu teatro di un amore tanto profondo quanto proibito. Tutto ricordava ai due giovani l’ineluttabilità del loro destino. Il cavaliere percepiva che tutto ciò che avrebbero creato quella notte avrebbe avuto vita breve, all’alba tutto sarebbe finito, ma non importava perchè il loro amore avrebbe goduto dell’eternità notturna, di una notte che sarebbe stata per sempre. Si amarono intensamente e come unico testimone la luna che placida li osservava cercarsi, conoscersi, completarsi l’uno con l’altro. Fu solo nelle ore più tarde e scure della notte che abbandonarono i loro corpi esausti al caldo giaciglio e si lasciarono trasportare da Morfeo, appagati nei sensi e nell’animo, felici di essersi trovati e sicuri che niente li avrebbe divisi…

    La contessa stava osservando il bel viso del suo amore alla chiara luce dell’aurora. Come era possibile che in poche ore qualcuno potesse donare così tanto? Ciò che era successo quella notte era stato come una pioggia estiva che cade su campi aridi dopo lunghi giorni assolati, che scende e lava via la polvere depositata su uomini e cose e ridona vita ai loro cuori. Si sentiva cambiata, rinata. Ogni elemento ripugnante della sua natura era stato spazzato via da colui che, unico e solo, gli aveva dimostrato cosa fosse l’Amore. Niente più sarebbe stato come prima…mai più…

    “Mia signora, farebbe bene a sbrigarsi..tra poco sarà giorno e il suo ospite si sveglierà…ne approfitti ora che è ancora addormentato e si sfami..chissà quando troveremo una nuova preda…” La giovane vampira guardò la sua governante con disprezzo. Poi tornò ad osservare il volto dell’amato e con voce calma disse: “Non ci sarà più nessuna preda, cara governante, ma più prede, ma più sangue che scorre inutilmente…ci sarà solo…la pace…” “Ma signora…lei non vorrà…” la governante tacque spaventata. “Mia cara governante, ti ringrazio degli anni che mi hai dedicato, ma non ho più bisogno dei tuoi servigi. Vai pure via, torna da dove sei venuta…lasciami sola…forse un giorno ci rincontreremo, lì dove entrmbe siamo destinate, ma ora lasciami sola…” e a quelle parole la governante alzo gli occhi al cielo e al suo postò apparve una covo nero che volò fuori dalla finestra, scomparendo all’orizzonte…in quel momento sorgeva il sole e inondava la stanza. La contessa chiuse gli occhi, avvicinò il suo viso a quello del cavaliere, baciò a lungo le sue belle labbra. Poi, in silenzio, scomparve.

    Era giorno fatto quando il giovane cavaliere si svegliò. Il primo gesto fu quello di cercare la mano di colei che sapeva essere il suo cuore, l’amore della sua vita. Ma accantò a se non trovò nulla. Svegliatosi del tutto si alzò e vide che era solo. Lei non c’era più. Era andata via. Ad un lato del letto vi erano le sue vesti. Le raccolse e ne respirò l’odore. Lacrime caddro sulle ricche stoffe. Questa volta piangeva davvero. Pianse a lungo incurante del tempo e solo al tramonto smise, ma solo perchè non aveva più lacrime da versare. E fu in quel momento che sentì dei rumori, dapprima uno scricchiolio e poco dopo un tonfo cupo, come di calcinacci caduti. Capì subito cosa stava accadendo. Quella vecchia casa senza la sua padrona non aveva più motivo di esistere. Anche lei sarebbe scomparsa. Il giovane velocemente si vestì, raccolse le sue cose e l’abito di lei e uscì di corsa da quella dimora maledetta. Era quasi arrivato alla grande cancellata quando un enorme boato lo immobilizzò e lo costrinse a voltare la testa. Della grande casa non restavano ormai che briciole. Era crollata interamente e solo alcuni muri portanti erano rimasti in piedi. Ma non fu quello a sconvolgere il giovane in quella triste giornata. Quando, tornando sui suoi passi, volse lo sguardo allla grande cancellata notò che qualcosa di incredibile era successo al roseto. Le sue rose non erano più di quel bianco madreperlaceo che ricordava. Erano rosse. Rosse come le sue labbra, come il sangue, come il suo cuore. Rosse come il loro Amore. Il giovane ne raccolse una, la avvicinò al viso e annusò il suo forte odore. Sapeva di lei. Delicatamente sistemò la rosa all’occhiello e dopo un’ultimo sguardo alla casa, si incamminò lungo il sentiero.

    Grazie!

    Ringrazio la Parallel Worlds Directory

    per questi apprezzatissimi premi!

     

                                                Immagine con cui ho partecipato:                         Testo con cui ho partecipato:

                                                               Sailor Moon                                                       The book..

     

    Sabina

    May 01

    Buon 1 Maggio...

     
     

    Ringrazio Divina Gioia
    per questo premio vinto al contest fisso
    "Immaginando"
    sezione: Cartoon
    Grazieeeeee!
     
    Image and video hosting by TinyPic
     
    Immagine con cui ho partecipato:
     
     
    Rigrazio inoltre L4 DIR3CT0RY D3LL' 4RT3
    e le due mecenati per questo splendido premio
    vinto al contest "L'aria"...
    Grazie grazie!
     
    Directory Dell'arte
     
    Immagine con cui ho partecipato:
     
    Sabina